LP504 . Ambrogio, De officiis

È noto che i tre libri di sant’Ambrogio Sui doveri (De officiis) rappresentano la retractatio dei tre libri omonimi di Cicerone. Resta da chiedersi, tuttavia, il senso di tale ripresa: come e secondo quali mezzi il vescovo, il cristiano Ambrogio, desideroso di comporre qualcosa che si potrebbe definire un’opera di etica, ha ritenuto opportuno “copiare” o, se si preferisce, adattare un pagano, un “filosofo”, Cicerone?

Il problema che Cicerone affronta col proprio De officiis si radica nelle peculiarità della morale stoica. L’ideale del saggio stoico risulta tanto elevato che è lecito dubitare, come già facevano gli adepti del Portico, che tale altissima figura fosse mai esistita, ed anche sia in grado di mai esistere. Ma occorre vivere, e vivere da uir bonus. Pertanto, oltre al concetto di dovere assoluto, sorta di imperativo categorico posto in abstracto, si è sviluppata la nozione del “ciò che si conviene”, o dovere relativo, con la quale gli stoici (almeno quelli della seconda generazione) tentarono di stabilire norme concrete e realizzabili di comportamento virtuoso, in rapporto con i diversi eventi empiricamente incontrati: la definizione del “ciò che si conviene” appare, come si vede, quale un tentativo di determinare in concreto il bello e il brutto morale, una prova di morale pratica o, se si vuole, di casistica. Nel sec. II a.C., il filosofo mediostoico Panezio di Rodi aveva scritto in greco un trattato Su “ciò che si conviene” (Peri kathekontos). È questo trattato, oggi perduto, che Cicerone volse in latino, con un margine di autonomia che, appunto, la perdita del modello greco impedisce di valutare con precisione. Ambrogio, a sua volta, imita Cicerone. I suoi tre libri ricalcano il piano globale dei tre libri di Cicerone. Ma l’imitazione è selettiva. Specialmente, pur riutilizzando concetti o termini di Cicerone, e alcune delle sue categorie, rimpiazza l’etica stoica, umanista ed antropocentrica, che, al di là dello stesso figlio Marco, il dedicatario del trattato, l’Arpinate proponeva ai futuri dirigenti di una Repubblica romana allora ben malata, una morale teocentrica e trascendente, di cui nulla dice, nemmeno la tradizione testuale incerta del titolo (De officiis tout court, o De officiis ministrorum), che si rivolgesse esclusivamente ai chierici. Il Milanese non intende sistematizzare una sintesi tra cristianesimo e filosofia: alle parole e ai concetti che riprende imprime una modifica interna che conferisce loro una nuova portata – operazione tanto più legittima a suo parere che, così facendo, riteneva di soltanto recuperare beni inizialmente cristiani che la filosofia avrebbe usurpato e denaturato; opera un decentramento, in uno scopo escatologico: l’uomo secondo Ambrogio è creato per la vita eterna.

L’esame del De officiis ambrosiano offrirà pertanto l’occasione per una duplice indagine: 1) per cogliere nei suoi processi e le sue finalità come Ambrogio rilavora le opere dei suoi predecessori, filosofi pagani o teologi cristiani per edificare, anche sotto l’apparenza di un plagio servile, un pensiero originale; 2) per capire meglio l’idea che nel XX secolo ha dominato a lungo la ricerca in patrologia, oltre all’unico Ambrogio: quella di “conversione”, da parte dei “Padri”, in teoria e in pratica, della cultura antica al cristianesimo.

In tal modo, con una serie di lezioni che, dopo aver collocato, per mezzo di un ampio dittico introduttivo, il De officiis ciceroniano e poi il De officiis ambrosiano, saranno essenzialmente dedicate al commento ragionato, corsivo o dettagliato a seconda delle necessità, di estratti dell’opera del Milanese, cercheremo da un lato di entrare più avanti nell’universo letterario, dottrinale e spirituale di Ambrogio, così come si costruisce all’incrocio di influssi diversi, e di studiare dall’altro, su un caso tipico, un aspetto fondamentale dell’atteggiamento patristico nei confronti della civiltà ambientale nelle sue più alte manifestazioni.

Bibliografia

Una bibliografia dettagliata verrà distribuita nella prima lezione. Sono citati qui solo i titoli fondamentali, da leggere preferibilmente prima dell’inizio del corso.

Edizioni e traduzioni del De officiis di Cicerone. Francese: Cicéron, Les devoirs, Texte établi et traduit par M. Testard, 2 vol., Paris 1965-1970; italiana: Cicerone, I doveri, introduzione e note di E. Narducci, Traduzione di A(nna) Resta Barile, testo latino a fronte, Milano 201914.

Edizioni e traduzioni del De officiis di Ambrogio. Francese: Ambroise, Les devoirs, Texte établi, traduit et annoté par M. Testard, 2 vol., Paris 1984-1992; inglese: Ambrose, De officiis, introd., ed., transl., comm. I. J. Davidson dir., 2 vol. Oxford 2002; italiana: Sancti Ambrosii Episcopi Mediolanensis Opera (SAEMO) 13. Opere morali I – I doveri, (testo di J. G. Krabinger, Tubingae 1857; introd., trad. e note di G. Banterle).

Letteratura «secondaria». Sul De officiis ciceroniano: si vedano le ampie Introduzioni del Testard e del Narducci; P. Grimal, Le De officiis de Cicéron, in Vita Latina 115 (1989), 2-9.

Sul De officiis ambrosiano: si veda l’ampio commento di Davidson; M. L. Colish, The Stoic Tradition from Antiquity to the Early Middle Ages. 2: Stoicism in Christian Latin Thought through the Sixth Century, Leiden 1985, 48-70; G. Madec, Saint Ambroise et la philosophie, Paris 1974; H. Savon, Les intentions de saint Ambroise dans la préface du De officiis, in M. Soetard (cur.), Valeurs dans le stoïcisme. Du Portique à nos jours. Textes rassemblés en hommage à M. Spanneut, Lille 1993, 155-169; M. Testard, Observations sur le thème de la conscientia dans le De officiis ministrorum de saint Ambroise, in RÉL 51 (1973), 219-261; M. Testard, Étude sur la composition dans le De officiis ministrorum de saint Ambroise, in Y.-M. Duval (éd.), Ambroise de Milan. Dix Études, Paris 1974, 155-197; M. Testard, Recherches sur quelques méthodes de travail de saint Ambroise dans le De officiis, in Recherches Augustiniennes 24 (1989), 65-122; M. Testard, Le De officiis de saint Ambroise. Observations philologiques et historiques sur le sens et le contexte du traité, in Recherches Augustiniennes 28 (1995), 3-35.